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Introduzione
Il canto del Buco buco
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Gli strumenti musicali della tradizione
Altri canti di fine anno
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     Uno dei canti, ritenuto fortemente esorcizzante dalla collettività aurunca, in grado di coinvolgere l'intera popolazione, l'ultimo giorno dell'anno, è il Buco - buco. Canzone tipica popolare, vanto della tradizione sessana, primeggia nel vasto patrimonio culturale musicale del territorio. Canto bene augurante, che la credenza vuole capace di scacciare il male, che si manifesterà nella collettività durante tutto l'arco dell'anno.


 
     "Il canto e la musica, infatti, accompagnavano non solo il ciclo della vita di ogni singolo uomo, ma anche il ciclo produttivo e festivo dell'intera comunità.
     È impossibile stabilire l'epoca d'origine di questi componimenti, in quanto tutto il patrimonio letterario popolare si è tramandato a tutt'oggi oralmente.
     Questo patrimonio ha conosciuto l'usura del tempo e della trasmissione orale la quale, di generazione in generazione, ha impresso i segni dell'evoluzione registrati nel corso dei secoli. Tra i temi più tipici di questa tradizione musicale sono soprattutto l'amore, il lavoro nei campi, la cura della famiglia e dei figli.
     Le ninnenanne, i canti a distesa, le Strine, le Passioni, le Tammurriate, le Pizziche sono esempi di diverse espressioni di sentimenti popolari trasmessi nell'immediatezza di ritmi musicali che si tramandavano poi nel tempo.
     La Strina è il canto di questua che accompagna la nascita del nuovo anno, "anno nuovo vita nuova" ed è usanza gettare dalle finestre oggetti che non servono più, segno di un primordiale rito, quello dell'eliminazione, che si contrappone a quello di propiziazione di fecondità e di abbondanza, cioè consumare cibo preparato in casa nel periodo dedicato alla nascita del "Bambino", quando si risveglia la natura, che da inizio ad un nuovo ciclo produttivo.
     La Strina è, infatti, uno dei canti religiosi - pagani e di questua più complessi e completi che si conosca.
     In essa, alla gioia per l'annuncio della venuta di Gesù, si mescola la benedizione della famiglia, delle cose care e l'auspicio di raccolti abbondanti.
     Strenna, infatti, vuol dire anche dono, regalo, e la civiltà del dono è antichissima.
     I Romani veneravano una dea di nome Strenia, preposta ai doni. E tali doni, xenia o satura, consistevano in cestini colmi di frutta, fiori e dolci coperti di miele, che si offrivano agli dei, a parenti o amici, in occasione dell'inizio del nuovo anno.
     Strina e, contemporaneamente, strega: questa maschera rituale perpetua ancora (insieme ad altre) un linguaggio cerimoniale in cui, tra augurio e minaccia, si celebra la vita e si sconfigge la morte.
     Un illustre prototipo della strina, secondo alcuni, si potrebbe rinvenire nella poesia giambica di Archiloco di Paro o di Ipponatte di Efeso, antichi lirici greci, ma con molta approssimazione.
     Mancano del tutto reperti significativi capaci di documentare l'eziologia, l'origine e lo sviluppo di questo fenomeno che pure parrebbe risalire a tempi piuttosto remoti.
     Intere compagnie di musici con triccabballacche, tacche tacche, tammorre, fisarmoniche, mandolini, buco buco, ecc., in un rituale dal vago sapore orgiastico, si spostano durante la notte di San Silvestro, di casa in casa (di buco in buco), a portare la notizia della nascita di Cristo ed anche per ricevere la 'nferta, in denaro o in natura.
     Questi motivi (i buoni auspici e i doni finali) fanno pensare alle "Strine" come ad antichissimi canti pagani di propiziazione ai quali si è poi successivamente sovrapposto, con l'avvento del Cristianesimo, il racconto della nascita di Cristo.


 
     Aveva da poco compiuto 108 anni il nonnetto Di Marco Domenico quando con la mia squadra di Buco - buco mi recai a fargli visita ad Aulpi, piccolissima frazione di Sessa Aurunca, per augurargli lunga vita ancora, e Lui, con voce fioca, flemmatica, e la dolcezza e la semplicità di un vecchio-bambino, mi raccontò di quando, adolescente, avesse anch'egli partecipato con gioia a queste scorribande musicali e mi invitò a continuare in questa festosa e colorata tradizione.
     Questo rituale ha inizio l'ultimo giorno dell'anno solare, quando il debole chiarore che ancora si attarda nel cielo incupito dalle ombre della sera è rischiarato dagli addobbi degli abeti che costeggiano la strada che illumina i passi cadenzati e ritmati delle formazioni di Buco - buco che via via si vanno ad incolonnare e che, dall'arco dei Cappuccini, percorrendo corso Lucilio, raggiunge lo slargo che da via Seggetiello da a via Garibaldi, e lì si da sfogo alla ritualità dopo aver formato il "cerchio" in cui i partecipanti della "Banda" sprigionano la loro energia interiore. Il corso è pieno di gente rumoreggiante e plaudente e gli occhi si posano esterrefatti sui contorni dei riflessi delle mille stelline dei bengali accesi, tenuti nelle mani dei bambini felici e nel buio le scie dei fuochi d'artificio si intensificano e scandiscono il passare delle ore e l'approssimarsi della mezzanotte che porterà un nuovo e felice anno.
     Dal Natale alla Pasqua, dal Capodanno al Carnevale, non c'è festività che non veda Sessa Aurunca vivere momenti di intensa partecipazione popolare, sempre a testimonianza di un popolo ricco di fantasia. E proprio negli ultimi giorni e, particolarmente, in occasione della fine dell'anno, l'ampio ventaglio di manifestazioni rinnova nei diversi periodi la tradizione aurunca vive una tappa fondamentale.
     Il periodo Natalizio rivive quell'eccitazione e quella frenesia secolare, in cui i vari miti, fantasmi e splendori ancestrali, sono ciclicamente presenti nell'aria lunare che prelude quella di San Silvestro. Un anno di attesa è ripagato dalle grida festose di vecchi e giovani bucobuchisti, pronti a proporre quelle strofette rituali di quest'antico e leggendario canto in cui si ritrovano parole del passato contaminate dalle le esigenze dei tempi.
     In questa sentita tradizione popolare, fondamentale e determinante è stata la trasmissione orale ma anche l'uso e l'impiego degli strumenti musicali che servono a dare vita a quella celebrazione del folklore locale. Strumenti musicali semplici, costruiti artigianalmente dagli stessi esecutori caratterizzano questa particolare "liturgia". Importante è che in questi momenti di aggregazione collettiva vi siano orecchi e cuori attenti a questi suoni che hanno alimentato il nostro passato e possono tornare vivi nella bellezza del ricordo, come presa di coscienza di insostituibili momenti di ritualità.
     La tradizione popolare del nostro territorio si è manifestata, spesso, attraverso canti e balli che hanno riprodotto la quotidianità di una vita repressa e frustrata: dal lavoro faticoso nei campi alla giosità della festa, dai timidi approcci verso la propria amorosa alla felicità del giorno del matrimonio.
     Balli e canti evidenziano, alla base, un mito teso ad esorcizzare angosce sessuali, di morte ed esistenziali, allusivi, ironici e a doppio senso derivati dall'aggiramento di una morale coercitiva che impediva ai nostri avi di manifestare con un linguaggio libero e più aperto le loro aspirazioni, i loro desideri reconditi, i loro sentimenti.
     L'ascesa al Potere di Costantino il Grande e i miracoli di San Silvestro, annoverati nel leggendario e tradizionale canto di fine anno meglio conosciuto come il Buco - buco, sono i misteriosi protagonisti che pervadono profondamente l'immaginario fantastico dell'intera popolazione aurunca.
     Vediamo che ad una di queste leggende è legata l'allegoria calendariale dell'anno di 365 giorni. Tanti sarebbero stati i gradini di un'oscura e paurosa caverna abitata da un pestifero drago, sconfitto dal Santo.
     Il drago simboleggia la fine del paganesimo e i 365 gradini i giorni del calendario romano. Dunque, la festa di San Silvestro, fissata non casualmente il 31 Dicembre, giorno della sua morte, allude a sua volta al passaggio dall'era pagana a quella cristiana e perciò il 31 Dicembre, inconsapevolmente, rinnoviamo il ricordo di una storia diventata leggenda.
     Ed è attraverso una leggendaria ricorrenza che, anno dopo anno, secolo dopo secolo, il popolo manifesta la sua vera identità e rivela il suo attaccamento alle sue tradizioni ultracentenarie, ai suoi miti, ai suoi riti.
     Così come accade durante il periodo pasquale, quando per annunciare la vita che riprende con la Resurrezione e l'ascesa al Cielo del Cristo, i Sacerdoti usano visitare le dimore dei fedeli e benedire i componenti della famiglia ed i loro beni; così le allegre squadre dei bucobuchisti, l'ultimo giorno dell'anno, aI calar del sole, si presentano alle porte di ogni casa e, con l'umiltà che contraddistingue il viandante che implora ristoro, chiedono al padrone di casa di aprire loro l'uscio e farli entrare perché, attraverso la giosità e l'allegria del loro canto della loro storia e della loro musica, raccontano, con un rito propiziatorio ed esorcizzante, le dure avversità della vita, il faticoso viaggio di Maria e Giuseppe sino a Beetlemme e la venuta tra gli uomini del Salvatore.


 
     La storia della storia evoca il lungo e tortuoso cammino che, come l'uomo nel corso della sua esistenza deve affrontare le avversità della vita e riconciliarsi attraverso la fede ritrovata con se stesso e con gli altri (DIO), così stuoli di pellegrini, usano ricercare il motivo della nostra esistenza terrena attraverso il loro peregrinare verso Beetlemme, luogo in cui è nato il Divino Agnello, in una misera grotta, riscaldato dal tiepido calore del Bue e dell'Asinello, nel cuore della mezzanotte, che vuole simboleggiare il passaggio tra la morte e la vita, tra la notte e il giorno.
     Nel 313 d. C., accade, così come narrato dai bucobuchisti un fatto straordinario che stravolgerà il corso della nostra storia: l'Imperatore Costantino, che avversava i cristiani fu colpito da una gravissima malattia, la lebbra, che lo avrebbe condotto a morte sicura.
     Una notte l'imperatore assalito da una febbre delirante e quasi sul punto di morte ebbe in sogno una visione: San Pietro gli era apparso e lo aveva così ammonito: "se vuoi guarire dal fuoco che brucia il tuo corpo e la tua anima convoca a te Silvestro e dai ascolto alla sua fede e alle sue parole".
     Costantino da fiducia al sogno e chiamato il suo Capitano gli ordinò di recarsi da Silvestro e pregarlo di condursi presso di Lui; il sant'uomo disse al messaggero che sarebbe accorso al capezzale dell'imperatore dopo aver celebrato la Santa Messa; nel frattempo compì un miracolo: seminò delle rape che immediatamente germogliarono e crebbero, a testimoniare la santità dell'uomo e la forza della fede. Con le rape nutrì l'intero "reggimento" di soldati.
     Subito dopo Silvestro spiegò a Costantino che non si sarebbe salvato se avesse fatto immolare, come egli aveva deciso di fare, centoquarantaquattromila fanciulli, ma al contrario con la sua conversione in Cristo.
     Costantino allora, profondamente convinto della grandezza di un solo Dio, si convertì e Silvestro gli concesse il sacramento del battesimo. Si compì, così, il secondo miracolo; l'imperatore guarì dalla lebbra.
     Al termine della prima parte del canto, quello del racconto storico evangelico, ha inizio quello che abbiamo individuato come espressione di ritualità ed esorcismi popolari contro i fantasmi e le avversità della vita terrena.
     Il festante gruppo dei bucobuchisti intima al cantore, con l'allegria degli strumenti popolari, di affrettarsi perché altre case attendono la loro visita per riascoltare la storia-leggenda; per questo motivo essi invocano "ru munaciello", figura retorica riconducibile a personaggi delle favole della tradizione orale popolare, affinchè immoli un asino con la cui pelle costruire un nuovo zuchete-zù, mentre la sua carne dev'essere data in pasto ai lupi.
     Come tutti i riti conviviali della tradizione aurunca la padrona della casa visitata farà trovare loro "na spasa d'auciati, susamiegli e na ventina di carliniegli (antica moneta napoletana), mustacciuoli e nu bicchier'e vino bbuono".
     I bucobuchisti augurano ai componenti della famiglia ed a se stessi prosperità, felicità e lunga vita riproponendosi di rivedersi anche l'anno prossimo e negli anni a venire, con la stessa semplicità di questo canto che racchiude in sè una forza particolare ed intrisa di fascino ancestrale che ogni sessano rievoca annualmente con puntualità, così come al buio delle tenebre fa sempre seguito la rassicurante luce del giorno.
     "...e cantanno pe tutta Sessa e cantanno la nostra sorte siamo giunti alla fine dell'anno e siamo salvi dalla morte! Oggi è cal'anno e domani è quello nuovo comma ci simmo arrivati avuanno ci arriveremo acca e cientann.

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